venerdì 14 ottobre 2016

Il Post (it) #7: Café Society (2016), Ave, Cesare! (2016), 31 (2016)

★★★
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Woody Allen quest'anno ci ha voluto fare un doppio regalo. Invece del solito film annuale ce ne ha regalato un altro sotto le mentite spoglie di serie Tv: la sua Crisis in Six Scene, infatti, è praticamente un film diviso in sei parti che vi consiglio caldamente di recuperare se gradite vedere un Allen ispiratissimo nei dialoghi e nelle situazioni. Ma qui parliamo del suo quarantaseiesimo lungometraggio (il primo interamente girato in digitale), quindi apriamo le danze senza indugio. Café Society narra la storia di Bobby  Dorfman (Jesse Eisenberg) che, negli anni '30, lascia l'amata New York per cercare un lavoro nell'assolata Los Angeles dove suo zio Phil Sterne (Steve Carell) è un importante agente cinematografico. Qui conoscerà e s'innamorerà di Vonnie (Kristen Stewart) il cui cuore, però, batte per una persona che Bobby conosce molto bene. 
Più delizioso e magico di Magic in The Moonlight, dieci volte più bello di Irrational Man, e quasi al livello di Blue JasmineCafé Society è a sorpresa uno dei più validi lavori del Woody Allen post-2000. Una costruzione maniacale degli anni '30, una fotografia sublime ad opera di Vittorio Storaro, e un cast ben diretto (eh sì, la Stewart sa recitare) all'interno di una storia d'amore, di crescita e di scelte, il tutto filtrato dallo sguardo pessimista (eppure ancora in grado di sognare) di un regista ottantenne il cui tocco è quello di un giovincello che si è appena innamorato del cinema. E dopo il finale agrodolce si chiede spontaneamente a Woody di non smettere mai di fare film. Perché ne abbiamo bisogno più che mai. 

★★★½
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Negli anni '50 Eddie Mannix (Josh Brolin), come il Mr. Wolfe di Q. Tarantino, risolve problemi; quelli delle star della Capitol Pictures. Senza la sua granitica e rassicurante presenza l'intera organizzazione crollerebbe su se stessa causando un cratere immenso. Quando la grande star del cinema Baird Whitlock (George Clooney) viene rapito dal set di Ave, Cesare! Eddie Mannix riceve una lettera di riscatto firmata da Il Futuro; onde evitare che il film perda il suo protagonista, Eddie Mannix, da uomo di ordine qual è, andrà fino in fondo alla faccenda. Riuscendoci oppure no? Questo sta agli spettatori. Ave, Cesare! dei mitici fratelli Coen è una cristallina e spassionata dichiarazione d'amore verso la settima arte. Eddie Mannix è l'eroe di questa storia. Deve mettere a tacere uno scandalo riguardante DeAnna Moren (Scarlett Johansson), incinta da nubile; convincere Laurence Laurentz (Ralph FIennes) che la star dei western Hobie Doyle (Alden Ehrenreich) è l'attore perfetto per il suo dramma in costume; e ovviamente ritrovare Baird Whitlock. Per fare cinema ci vuole ordine e metodo. Per rompere gli schemi bisogna conoscerli come le proprie tasche. Per raddrizzare le star e mandarle sul set ci vuole uno schiaffo di Eddie Mannix. La sua storia non finirà mai "perché il suo racconto è scritto con la luce eterna". La luce di Dio Cinema. 

★★★
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Rob Zombie is back. Dimessa l'impostazione quasi polanskiana del controverso Le streghe di Salem, il regista accoppiatosi con Sheri Moon Zombie (che a cinquant'anni ha il corpo di una ventenne) torna sui suoi passi sfornando un film horror grezzo, lurido e cattivo. 31 è una goduria di sangue, personaggi fuori di testa, sangue, morti truculente e soprattutto è l'unico film che può andare in giro a testa alta dicendo "C'abbiamo il miglior Joker dai tempi Jack Nicholson, altro che Suicide Staceppa". Infatti neanche il regista stesso si offenderebbe se qualcuno gli dicesse che vale la pena di vedere il film solo per l'interpretazione magistrale di Richard Brake, che in 31 è il killer Doom-Head, incaricato dai tre parrucconi (uno dei quali è Malcom McDowell), di mettere fine alla vita delle vittime rimaste in gioco. Alla fine la trama è questa: un gruppo di circensi viene rapito e costretto da tre bizzarri tipi abbigliati con abiti settecenteschi a partecipare a un gioco chiamato 31 dove vince chi rimane in vita per un tot di ore. Tra nani nazisti, vecchi col tutu e fratelli di motosega, ci sarà il ribaltamento dei ruoli: le vittime si trasformeranno presto in carnefici pronti a tutto pur di sopravvivere. Nel finale, come era già successo con La casa del diavolo, Rob Zombie (che non sbaglia un brano musicale neanche a pagarlo, ma che eccede in cinepresa a mano troppo spesso traballante) sfiora nuovamente la poesia. Da recuperare senza indugio. 

martedì 4 ottobre 2016

Strade perdute (1997)

Great Movies

★★★★
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In collaborazione con la mia morosa Federica

"Dick Laurent è morto". Questa frase enigmatica scuote la vita di due coniugi. Fred (Bill Pullman) è un jazzista, mentre di sua moglie Renee (Patricia Arquette) si conosce ben poco se non che è bellissima. Il matrimonio inizia a spezzarsi gradualmente dopo l'arrivo di tre videocassette che riguardano in modo sempre più morboso la loro vita privata fino a quando Fred non viene incolpato dell'omicidio di Renee. Segregato in una cella di massima sicurezza, l'uomo è continuamente preda di fortissimi mal di testa che lo porteranno a scoprire nuovi sconvolgenti lati della sua personalità.

Guardare un film di David Lynch è come esporsi a un colpo di pistola: il grilletto può incastrarsi, ma se la pallottola riesce a fuoruscire dalla canna c'è il rischio di essere colpiti e di vedersi scardinare certezze sia valoriali che cinematografiche. Strade perdute ne è un esempio; partendo da una semplice storia di gelosia morbosa, il regista mescola le carte per far penetrare lo spettatore dal suo stesso tarlo mentale ovvero la passione amorosa. Infatti essa rappresenta per Lynch un topos sul quale interrogarsi, capace di condurre spesso, se declinata in possesso morboso, a delle conseguenze tragiche e violente. La gelosia di Fred non poggia su delle basi instabili: alla richiesta di andare ad ascoltarlo al club, la moglie risponde dicendogli che leggerà, scatenando una risposta sarcastica del marito. I suoi dubbi sono confermati la sera stessa, quando, chiamando a casa alla conclusione dell'esibizione, non riceve risposta. Dove sarà Renee? E soprattutto, con chi?

I dubbi si amplificano su più temi nel momento in cui sulle scale di casa vengono rinvenute ogni mattina per tre giorni delle videocassette anonime che ritraggono sia l'esterno dell'abitazione sia l'interno. Che siano opera di un amante rifiutato? Questo potrebbe suggerire la diversa reazione dei due coniugi: mentre Renee è visibilmente scossa tanto da affidarsi alla polizia, Fred è quasi impassibile, si potrebbe azzardare soddisfatto, perché forse ottenuta la prova del tradimento di lei. Non è un caso, infatti, che dopo una festa a casa di un amico di Renee (Andy) Fred sia particolarmente suscettibile, riempiendola di domande sull'uomo conosciuto durante la giovane età e che Fred aveva precedentemente visto uscire assieme alla moglie dal locale in cui si esibisce. In un climax di tensione ascendente il sospetto si evolve da passivo ad attivo esplodendo nell'atto più violento possibile: l'uxoricidio. Fred, in un impeto di gelosia incontrollata di cui non è completamente consapevole, sembra aver ucciso sua moglie. Lo si può vedere dall'ultima videocassetta in cui è ritratto in un bagno di sangue con il cadavere di Renee ai suoi piedi.

Nessun spettatore potrà inizialmente avere la certezza che Fred sia colpevole. E forse neanche il protagonista stesso tanto che è lui a dire ai poliziotti che preferisce ricordare le cose a modo suo, non necessitando quindi dell'uso di una videocamera. Sarà solo la sua stessa mente a rivelarsi/ci l'esatta realtà degli eventi filtrata dalle tre istanze dell'io: secondo le topiche freudiane Es, Io e Super-io. La complessità del capolavoro lynchano risiede infatti tutta in questa tricotomia narrativa ben amalgamata tanto da rendere difficile la sua scissione. L'Es appare nella prima mezz'ora del film, rappresentato da un misterioso uomo in nero con il volto bianco. Egli si presenta a Fred dicendogli di conoscersi già precisando che non si reca mai nei luoghi dove non è invitato. Lo sgomento del protagonista è dovuto al fatto che l'uomo gli comunica di essere a casa sua e lo sfida a chiamarlo. In virtù del suo ruolo psicodinamico, spinge Fred a liberare i suoi istinti più beceri e animaleschi. Ed esso stesso rappresenta la morbosità attraverso l'uso di una videocamera che nelle parti conclusive seguirà il protagonista come una minaccia (comunque interna) per ciò che ha compiuto.

L'Io emerge in tutta la sua prepotenza dopo l'incarcerazione di Fred. Egli infatti non rimane nelle sue fattezze durante la segregazione, ma viene "sostituito" da un uomo di nome Pete (Balthazar Getty), finito dentro per reati di poco conto. Incredula, la polizia è costretta a rilasciarlo. Pete lavora come meccanico in un'officina, ha l'orecchio più sensibile della città, ed è visto come una risorsa da un gangster locale. Contrariamente a Fred è altamente performante con le donne tanto da esserne circondato. In termini psicodinamici, quindi, si potrebbe definire l'ideale dell'Io, ovvero ciò che Fred vorrebbe essere ma che invece non è. Pete si scontra con un altro ideale, la trasfigurazione di Renee che prende il nome di Alice; una dark lady che nonostante l'apparente interesse per il ragazzo conferma e racchiude con una frase finale tutte le paure di Fred ("Tu non mi avrai mai").

In ultimo vi è il Super-io rappresentato dal gangster che ha Pete sotto la sua ala protettiva (un indimenticabile Robert Loggia) e che nella mente di Fred è la trasfigurazione di Dick Laurent, l'uomo annunciato come morto all'inizio del film. La sua funzione normativa e regolatrice emerge chiaramente in due scene (di cui una gustosissima): inizialmente prende di mira un automobilista scalmanato a cui ricorda alcune regole del codice stradale; successivamente avvisa Pete che Alice è di sua proprietà e che ammazzerebbe chiunque avesse intenzione anche solo di sfiorarla. Paradossalmente sarà proprio lui a morire per primo per mano di Fred stesso spinto dall'Es (che gli passerà l'arma del delitto). La sua morte, annunciata al citofono da Fred a se stesso nella scena precedente il grandioso finale, sancisce la morte del Super-io e la liberazione totale dell'Es che potrà quindi macchiarsi del più crudele dei delitti.

In una narrazione opposta a quella, basata su una tematica similare, della sua più recente pellicola Mulholland Drive, il film dà spazio a un finale cromaticamente lynchano: inseguito dalla polizia (o dalle sue due istanze rimaste) Fred si immerge in un vellutato blu nel buio della notte urlando e contorcendosi dal dolore provocato dalle scosse elettriche a cui è condannato per il suo omicidio. Allo spettatore rimane solo questa lunga strada solitaria a cui si giunge dopo la perdita delle lost highways del protagonista, da percorre con un bagaglio di riflessioni e inquietudine che lascia senza fiato.

lunedì 26 settembre 2016

Il Post (it) #6: Election (2005), The Raid - Redemption (2011), Ichi The Killer (2001)

★★★★
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La potente triade di Hong Kong, come ogni due anni, deve eleggere il suo nuovo presidente tra due candidati: Lam Lok (Simon Yam) - pacato, riflessivo e molto apprezzato dai membri anziani - e Big D (Tony Leung Ka-Fai) - l'esatto opposto. Dopo discussioni polemiche da parte dei sostenitori dei due candidati viene eletto nuovo presidente Lam Lok. Ma Big D non prende affatto bene la notizia dimostrando il suo scontento con una serie di azioni, come impedire a Lok che gli venga dato il bastone simbolo della supremazia del leader, che porteranno la triade verso il suo primo delicato punto di rottura. Con Election il regista Johnnie To mette in scena una storia di potere centenario e di supremazia data dallo stringere tra le mani un semplice bastone di legno intagliato. Lok è il capo, ma fino a quando non avrà tra le mani questo sacro oggetto non lo sarà mai a tutti gli effetti. Può sembrare quantomai strano per uno spettatore occidentale assistere a questa guerra per il possesso dell'oggetto quando si è abituati ai gangster movie dove un battesimo di sangue chiude ogni tipo di contrattazione. Ma qui sta la bravura del regista: nel dipingere un mondo reale e crudo, fatto di uomini fedeli alla triade che entrano ed escono dalle proprie celle per parlare con capi della polizia e avvocati, un mondo con le sue regole, con il rispetto per gli antenati e con i suoi riti (bellissima la sequenza del giuramento), il tutto senza l'utilizzo di musiche che enfatizzino i momenti importanti. Il finale pazzesco mostra senza giri di parole inutili che chiunque ottenga il potere, l'idea di condividerlo è completamente inaccettabile. 

★★★★
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Siamo nei bassifondi di Giacarta. Una squadra operativa di 20 uomini guidata dall'ufficiale Rama (Iko Uwais), il sergente Jaka (Joe Taslim) e il tenente (Pierre Grunoè incaricata di stanare il pericoloso boss del crimine Tama Riyadi (Ray Sahetapy) che possiede un intero palazzo presieduto dai suoi sottoposti. Sarà una carneficina senza precedenti. The Raid - Redemption non è solo una carrellata di violenza gratuita: perché Gareth Evans confeziona e struttura un film vero e proprio, con una trama semplice ed efficace, farcendolo di combattimenti perfettamente coreografati e di un realismo soprannaturale. La fotografia anch'essa dura come i pugni del protagonista. Regia e montaggio di una qualità tecnica indiscutibile. E' impossibile che durante le riprese di The Raid nessuno si sia fatto male seriamente. Ci sono certe scene che sono in grado di procurare del dolore fisico. Gente che viene lanciata dal parapetto e atterra di schiena su quello sottostante rompendosela di netto (con tanto di crack), facce tagliate da macheti, teste che sbattono violentemente contro muri e stipiti delle porte. Nel finale (ottimo) avrei preso tutti quei registi che inseriscono scene al rallenty ad minchiam e li avrei sottoposti a una bella cura Ludovico. 

★★★★
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Ichi The Killer è follia violenta elevata all'ennesimo splatter. In ogni scena è come se il film volesse farti a pezzi. Non mi sono mai sentito così martoriato ed esausto se non dopo la visione di questa pellicola diretta da quel genio criminale di Takashi Miike. Ha degli amici che vogliono passare del tempo con lui? mi domando. Penso di no. Almeno io non lo vorrei neanche morto dopo essere stato torturato. Il prolifico regista nipponico ha esplorato qualsiasi genere armato del suo stile e di un bisogno fisico impellente di masticare e defecare cinema (l'immagine non è delle più poetiche, lo so). Forse non si arriverà mai ad annunciare "L'ultimo film di Takashi Miike!" perché troverà il modo di fare film anche dall'oltretomba. Tratto dall'omonimo manga di Hideo Yamamoto, la pellicola narra principalmente di un incontro: l'incontro tra il (molto sado)masochista Kakihara (Tadanobu Asano) e il sadico Ichi (Nao Omori), manovrato tramite ipnosi dal subdolo Jiji  (interpretato dal regista "figlio di Cronenberg" Shinya Tsukamoto), prende quasi la piega di un patologico melò. Kakihara lo attendeva da tutta una vita uno come Ichi. Quando il sadico arriva nella sua tana e stempia i suoi sottoposti invece di correre ai ripari Kakihara gli va incontro come un amante impaziente. E' talmente invaso dalla delusione quando Ichi si avviluppa in se stesso come un bambino qual è facendosi picchiare da Takeshi (il bambino a cui Ichi ha appena ucciso il padre) che Kakihara, nel finale, pur di non sentirne i pianti si buca i timpani con degli spilli. Ed è inutile, per noi, pensare anche solo lontanamente di trovare il modo di eliminare dalla mente le torture che il film ci ha inflitto. Per Ichi The Killer non ci sono spilli che tengano.