lunedì 26 settembre 2016

Il Post (it) #6: Election (2005), The Raid - Redemption (2011), Ichi The Killer (2001)

★★★★
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La potente triade di Hong Kong, come ogni due anni, deve eleggere il suo nuovo presidente tra due candidati: Lam Lok (Simon Yam) - pacato, riflessivo e molto apprezzato dai membri anziani - e Big D (Tony Leung Ka-Fai) - l'esatto opposto. Dopo discussioni polemiche da parte dei sostenitori dei due candidati viene eletto nuovo presidente Lam Lok. Ma Big D non prende affatto bene la notizia dimostrando il suo scontento con una serie di azioni, come impedire a Lok che gli venga dato il bastone simbolo della supremazia del leader, che porteranno la triade verso il suo primo delicato punto di rottura. Con Election il regista Johnnie To mette in scena una storia di potere centenario e di supremazia data dallo stringere tra le mani un semplice bastone di legno intagliato. Lok è il capo, ma fino a quando non avrà tra le mani questo sacro oggetto non lo sarà mai a tutti gli effetti. Può sembrare quantomai strano per uno spettatore occidentale assistere a questa guerra per il possesso dell'oggetto quando si è abituati ai gangster movie dove un battesimo di sangue chiude ogni tipo di contrattazione. Ma qui sta la bravura del regista: nel dipingere un mondo reale e crudo, fatto di uomini fedeli alla triade che entrano ed escono dalle proprie celle per parlare con capi della polizia e avvocati, un mondo con le sue regole, con il rispetto per gli antenati e con i suoi riti (bellissima la sequenza del giuramento), il tutto senza l'utilizzo di musiche che enfatizzino i momenti importanti. Il finale pazzesco mostra senza giri di parole inutili che chiunque ottenga il potere, l'idea di condividerlo è completamente inaccettabile. 

★★★★
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Siamo nei bassifondi di Giacarta. Una squadra operativa di 20 uomini guidata dall'ufficiale Rama (Iko Uwais), il sergente Jaka (Joe Taslim) e il tenente (Pierre Grunoè incaricata di stanare il pericoloso boss del crimine Tama Riyadi (Ray Sahetapy) che possiede un intero palazzo presieduto dai suoi sottoposti. Sarà una carneficina senza precedenti. The Raid - Redemption non è solo una carrellata di violenza gratuita: perché Gareth Evans confeziona e struttura un film vero e proprio, con una trama semplice ed efficace, farcendolo di combattimenti perfettamente coreografati e di un realismo soprannaturale. La fotografia anch'essa dura come i pugni del protagonista. Regia e montaggio di una qualità tecnica indiscutibile. E' impossibile che durante le riprese di The Raid nessuno si sia fatto male seriamente. Ci sono certe scene che sono in grado di procurare del dolore fisico. Gente che viene lanciata dal parapetto e atterra di schiena su quello sottostante rompendosela di netto (con tanto di crack), facce tagliate da macheti, teste che sbattono violentemente contro muri e stipiti delle porte. Nel finale (ottimo) avrei preso tutti quei registi che inseriscono scene al rallenty ad minchiam e li avrei sottoposti a una bella cura Ludovico. 

★★★★
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Ichi The Killer è follia violenta elevata all'ennesimo splatter. In ogni scena è come se il film volesse farti a pezzi. Non mi sono mai sentito così martoriato ed esausto se non dopo la visione di questa pellicola diretta da quel genio criminale di Takashi Miike. Ha degli amici che vogliono passare del tempo con lui? mi domando. Penso di no. Almeno io non lo vorrei neanche morto dopo essere stato torturato. Il prolifico regista nipponico ha esplorato qualsiasi genere armato del suo stile e di un bisogno fisico impellente di masticare e defecare cinema (l'immagine non è delle più poetiche, lo so). Forse non si arriverà mai ad annunciare "L'ultimo film di Takashi Miike!" perché troverà il modo di fare film anche dall'oltretomba. Tratto dall'omonimo manga di Hideo Yamamoto, la pellicola narra principalmente di un incontro: l'incontro tra il (molto sado)masochista Kakihara (Tadanobu Asano) e il sadico Ichi (Nao Omori), manovrato tramite ipnosi dal subdolo Jiji  (interpretato dal regista "figlio di Cronenberg" Shinya Tsukamoto), prende quasi la piega di un patologico melò. Kakihara lo attendeva da tutta una vita uno come Ichi. Quando il sadico arriva nella sua tana e stempia i suoi sottoposti invece di correre ai ripari Kakihara gli va incontro come un amante impaziente. E' talmente invaso dalla delusione quando Ichi si avviluppa in se stesso come un bambino qual è facendosi picchiare da Takeshi (il bambino a cui Ichi ha appena ucciso il padre) che Kakihara, nel finale, pur di non sentirne i pianti si buca i timpani con degli spilli. Ed è inutile, per noi, pensare anche solo lontanamente di trovare il modo di eliminare dalla mente le torture che il film ci ha inflitto. Per Ichi The Killer non ci sono spilli che tengano. 

martedì 6 settembre 2016

Velluto Blu (1986)

Recensione a cura della mia morosa Federica

★★★½
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Lumberton. Un nome anonimo per una cittadina di provincia tanto luminosa, quanto così apparentemente tranquilla da sembrare un locus amoenus puro e impeccabile.       
Su questo sfondo si muove silenziosamente la vicenda di Jeffrey Beaumont (Kyle MacLachlan), uno studente costretto a lasciare il college per tornare a casa a causa della malattia paterna. È proprio al rientro dall'ultima visita al padre in ospedale che Jeffrey fa uno strano ritrovamento sull'erba: un orecchio umano, un reperto raccapricciante che al suo interno (mai espressione potrà essere più corretta) nasconde la vera faccia della cittadina americana: un sottosuolo da scoprire che pullula di insetti che si ingozzano di violenza, perversione e corruzione. Il canale Tv Iris, in occasione del trentennale della pellicola, ha deciso di regalare ai cinefili insonni della domenica un dono con carta da regalo di velluto e fiocco blu. Questa è stata infatti la meravigliosa possibilità che ho colto per recuperare questo famosissimo lungometraggio di David Lynch che segue cronologicamente, nella mia personale esperienza lynchiana, I Segreti di Twin Peaks, Fuoco Cammina con me, Mulholland Drive e Una Storia Vera. Proprio questi pregressi, successivi però al lancio sul grande schermo di Velluto Blu, permettono di vedere subito una falla precisa in quest’opera magistrale: l’immaturità di un regista già capace di giocare coi significati e gli oggetti messi in scena, ma non ancora pronto a sperimentare modalità eclettiche per farlo.

Velluto Blu è, nella sua linearità e chiarezza, “narrazione” nel senso più letterale del termine. Un modus narrandi che con la crescita Lynch (fortunatamente) perde a favore di una maggiore competenza visionaria di cui comunque si vedono già elementi, come piccoli indizi del genio, come antipasti preparatori di ciò che sconvolgerà le menti. In Velluto Blu Lynch fa quasi della linearità un mantra. Una sfida allo spettatore stesso, che rimane incollato per le due ore successive pur avendo praticamente già visto tutto nei primi minuti. Bastano infatti pochi fotogrammi e tutto è già svelato: la provincia così luminosa, così colorata, con delle tinte talmente saturate da far sembrare le strade di Lumberton un set pubblicitario, cela del marcio. Il buio è nascosto forzatamente in una bellissima sinestesia dalla canzone di Bobby Vinton che ispira il titolo stesso del film. Lynch carica il volume del brano, quasi a voler creare un ossimoro con ciò che vediamo di più infinitesimale e contrastante in modo sinestetico: gli insetti.  

In questo gioco di figure retoriche dei sensi della vista e dell’udito, ciò che è bellissimo nel macroscopico a un occhio poco attento diventa subito spaventoso nel microscopico, nelle profondità. Questa divisione tra torbido e lucente è visibile anche dalle scelte cromatiche: oltre alle tinte iniziali, un perfetto esempio è il percorso alla luce del sole delle scale per arrivare all'interno sette dove abita Dorothy (Isabella Rossellini). In questo contrasto anche di interni e di esterni lentamente la luminosità si perde, a favore di ambienti sempre più contrastati e toni scuri. Coloristicamente c’è però un'eccezione: “l’uomo giallo”. Il colore dei suoi abiti, perennemente uguale, sembra stridente e altamente comunicativo, tanto da prestarsi a una molteplicità di interpretazioni. Considerando il ruolo del personaggio, corrotto pur essendo al servizio della comunità, la scelta cromatica nasconde da un lato la volontà di sottolineare, tramite il tono usato per eccellenza come evidenziatore, la presenza di un’essenza sudicia anche e soprattutto in ciò che appare e dovrebbe essere inattaccabile. Dall'altro è un campanello precisamente contestualizzato nella dinamica narrativa lineare adottata: ancora una volta Lynch ci sbatte davanti agli occhi la contraddizione più esperita nelle nostre vite: spesso il buio si nasconde proprio sotto i nostri occhi, anche nelle modalità più semplici. Peccato non essere capaci di coglierlo.           

Gli accenni sinestetici che aprono la pellicola tornano ancora più precisi nell’immagine utilizzata per mettere in scena l’intenzione narrativa: l’orecchio. Velluto Blu è un’opera visiva che si centra e si snoda su un organo uditivo. In varie interviste Lynch ha spiegato che la scelta dell’orecchio ha per certi versi una motivazione, ma è impossibile non apprezzare anche per questa duplicità sensoriale la sublime scelta delle due inquadrature dell'orecchio aprono e chiudono la vicenda. Esse sono contrapposte: in quella iniziale si entra nell'orecchio, quasi volendo analizzare il più piccolo dettaglio del tessuto epiteliale (passaggio tenebroso al microcosmo della provincia), mentre nella conclusiva ci si apre a un mondo, di onirica premonizione, di pettirossi che mangiano gli insetti.            
Il taglio dell’orecchio (che quasi proviamo sulla nostra pelle quando, dopo essere stato annunciato nell'ufficio del detective, è ripreso acusticamente da un taglio del nastro della polizia), in una dimensione dove il sottofondo musicale, nelle note omonime e non solo, è preponderante e telo per nascondere ciò che nessuno deve vedere e sapere, è quasi uno squarcio netto di silenzio (silenziosa è stata infatti definita inizialmente la vicenda di Jeffrey) dopo tanto assordante rumore.          

La costruzione dei personaggi offre sicuramente altrettanta ricchezza. Lynch concentra tutto il suo genio in fieri in Frank (Dennis Hopper), una figura decisamente rumorosa (è lui stesso a chiedere a Ben di cantare In Dreams e a usare la versione di Blue Velvet dello Slow Club quasi come tranquillante mentre stringe un brandello di velluto blu della vestaglia di Dorothy) nel tentativo di aprire una crepa di silenzio. Egli rappresenta un classico caso di personalità multipla (facilitato dal gas) su base traumatica dovuta all'abuso in tenera età da parte di entrambi i genitori, che lo costringe ad assumere e a far assumere i ruoli del bambino, della madre o del padre nella dimensione sessuale. La stessa situazione della sessualità morbosa, malsana e brutale, in cui si cala anche la sua vittima traendone piacere, forse per identificazione con l'aggressore come mi suggerisce la mia deformazione professionale, è frutto della violenza subita in età infantile. Anche in questo caso Lynch pecca di self-disclosure delle sue intenzioni narrative: nella sovrapposizione finale tra Frank e l’uomo con la valigia fotografato nell'incontro con l’uomo in giallo è come se si volesse inoculare nello spettatore la riflessione sul tema del doppio che, amplificato e contestualizzato, potrebbe non solo richiamare la duplicità della personalità ma anche quella tra microscopico e macroscopico a cui precedentemente accennato.   

Sandy, pur essendo un personaggio non totalmente inglobato nella vicenda, sembra quasi voler rappresentare l'estremo opposto di Frank, anche coloristicamente parlando. Spesso vestita con toni rosati, come se fosse una donna angelica che poco si mescola al marcio della città perché non ha per nulla queste caratteristiche (“Sei una brava ragazza” le dice proprio Jeffrey) e che, in un parallelismo con la Beatrice dantesca, porta direttamente (è infatti lei a fungere da catalizzatore per la curiosità di Jeffrey) a un percorso di conoscenza e di esperienza del personaggio nei bassifondi infernali per poi liberarlo e fargli raggiungere una "candida rosa" di pettirossi.       

In questo Lynch già molto pieno di contenuto, l’eccessiva e deludente comprensibilità narrativa si salva in corner grazie a piccole briciole che solleticano il flusso mentale preparatorio alle più complesse opere lynchiane. Chi ha visto Mulholland Drive non può non aver notato già in questo caso l'attenzione ai cartelli stradali e ai luoghi in cui avvengono alcune vicende o un certo parallelismo tra la condizione che prelude al secondo incontro tra Dorothy e Jeffrey e al primo tra Rita e Betty. I personaggi per entrare in contatto devono nascondersi l'uno all'altro nella casa di uno dei due, che in entrambi i casi è a suo modo un artista. Le stesse scene dello Slow Club rimandano per assonanza al Club Silencio: manca la tensione poetica che arriverà solo nel 2001, ma il dettaglio allegorico delle tende rosse è già un bel segnale della produzione futura. Anche il richiamo a Twin Peaks risuona preponderante in molte scelte. Velluto Blu si articola in una profonda ricerca degli oscuri segreti della provincia all'apparenza perfetta che daranno poi il nome a quelli di un’altra cittadina in cui l’agente a capo delle indagini sarà proprio Kyle MacLachlan.          

Lo stesso Jeffrey in qualche modo si riallaccia a Laura Palmer: al risveglio dopo la tremenda notte che non è stata affatto “un giro del piacere”, è sicuramente vivo, non avvolto nella plastica e il colore della sua pelle non parla di morte. Egli però si ritrova comunque in un luogo d’acqua, più precisamente un lago, la sua pelle ha i colori della tumefazione e porta con sé della sabbiolina simile a quella sulla fronte di Laura.   
Frank sembra poi essere una costruzione prodromica di Bob: egli non rappresenta il male, ma una modalità in cui tale astrazione (rappresentata concretamente in un’entità nella famosa serie) può esprimersi.   
Ciò che è più notevole è però una dicotomia sottile che torna come un’assonanza in entrambi i casi: il peggior nemico dei giovani (e quindi di ciascuno di noi che in potenza, aristotelicamente parlando, sarà un adulto) sembra essere la noia, il migliore amico il mistero. La noia e, per certi versi, l’equilibrio permettono di insinuarsi nelle vicende più disparate, di aprire portoni proibiti che fanno lasciare sulla soglia la muta dell’innocenza per comprendere la vita di una donna dell'interno sette o per finire nel giro del One Eyed Jacks. Insito in noi perciò non sembra esserci nient’altro che un desiderio di palingenesi continua, come ci sottolineano gli ultimi fotogrammi completamente sovrapponibili a quelli iniziali: se solo i pettirossi fossero sempre vivi per mangiare insetti, saremmo veramente capaci di esistere? E potrebbe davvero esistere un mondo talmente utopico o è solo l’ennesima facciata di sicurezza di cui necessitiamo?           

Nel finale, unica perla di non linearità di quest’opera, facilmente confondibile con i rassicuranti toni della speranza, David Lynch ci ricorda che, pur illudendoci del contrario, siamo condannati a colori luminosi e poco contrastati di cui abbiamo profondamente bisogno e a un macrocosmo che deve continuare a bendarci gli occhi per mezzo di un assordante Blue Velvet di sottofondo.

lunedì 29 agosto 2016

Suicide Squad (2016)

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L'agente governativo Amanda Waller (Viola Davis) decide di assemblare la Task Force X ovvero una squadra composta solo da super-criminali - Harley Quinn (Margot Robbie), ovvero la morosa del Joker (Jared Leto), l'infallibile cecchino Deadshot (Will Smith), il pirocinetico El Diablo (Jay Henrnandez), il ladro Capitan Boomerang (Jai Courtney) e il mostro Killer Croc - da utilizzare come pedine in missioni rischiose.  La trama termina qui per mancanza della materia stessa di cui è fatta una trama. 

"Siamo cattivi. Siamo fatti così" dice l'Harley Quinn interpretata da Margot Robbie non dopo aver sparato in mezzo agli occhi di un povero clochard o dopo aver torturato un bambino, no, lo dice dopo aver rotto la vetrina di un negozio ed essersi chinata per prendere una borsetta. Che cattiveria, eh? Che cattivi che sono i protagonisti di Suicide Squad. E il film di David Ayer non fa che ripeterlo e ripeterlo e ripeterlo. La verità però è che i membri della task force suicida sono acefali testosteronici che fanno a gara a chi fa lo sguardo più da duro; e Viola Davis - senza alcun costume o pelle squamosa o tatuaggi tamarri - rende di ghiaccio le gonadi molto meglio di quanto riesca a fare l'orrendo, osceno e ignobile Joker di Jared Leto, un emo tamarro dagli impulsi adolescenti dalla cui bocca a rana non esce mai nulla di inquietante, surreale o folle. 

Per la prima ora David Ayer si preoccupa di presentare tutti i personaggi mediante sempre lo stesso schema: musichetta-flashback-quanto-sono-cattivo. Tolta una sensuale Margot Robbie e una carismatica Viola Davis, il cast si compone solo di sconosciuti inespressivi tombali capitanati dall'espressivo-quanto-un-frigorifero Will Smith che qualsiasi ruolo faccia sembra sempre il padre de La ricerca della felicità. Essi non interpretano dei cattivi puri bensì degli emarginati sociali che si sono trovati dall'altra parte della barricata più per costrizione che non per scelta. Della serie: non siamo cattivi, è che ci dipingono così. 

Per la seconda ora invece assistiamo alla missione suicida dei cattivoni DC: andare in una zona di New York - e nel film la città sembra grande quanto Roccaccannuccia - dove la strega millenaria Incantatrice, che possiede la dottoressa Moon (interpretata dalla staffellosa Cara Delevingne), e suo fratello Coso chiamato solo "Fratello", stanno gettando il panico in mezzo al nulla e alimentando un cono energetico la cui utilità ci è indecifrabile. E questo è quello che avrebbe dovuto essere il cinecomic scorretto, cattivo (repetita iuvant) e psichedelico in grado di far orinare in dosso la Marvel? No, è solo una noiosissima festa dei coscritti criminali che dopo manco un'ora che si conoscono uno di loro (El Diablo) arriva a dichiarare convinto "Ho già perso una famiglia, non ne perderò un'altra"

Suicide Squad, sfruttando il potenziale dei personaggi messi in campo, avrebbe potuto rappresentare una rivoluzione nel campo dei cinecomics, sprizzare veramente cattiveria da tutti i pori, inondare lo spettatore di immagini violente e divertirlo con azione esaltante, invece, fingendosi più cattivo e politicamente scorretto di quel che è, finisce per essere un prodotto più buonista, ingenuo e rozzo del solito. 

P.s. Il momento clou in slow motion mi ha fatto rimpiangere i rallenty di Zack Snyder. E ho detto tutto.